Misticismo - Esoterismo

La Rosa come Simbolo dell'Anima in evoluzione.

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa
Dio, Teologia, Misticismo, Filosofia, Gnosi, Esoterismo.

giovedì 23 gennaio 2014

MARSILIO FICINO










Ficino, Marsilio. - Filosofo (Figline Valdarno 1433 - Careggi 1499).

Autore di un ampio lavoro di traduzione e di commento dell'opera di Platone, di Plotino e degli scritti ermetici, fece conoscere alla cultura europea un patrimonio fino allora sconosciuto nella sua complessità.

La sua opera più personale è la Teologia platonica (1469-74), in cui, contro gli sviluppi naturalistici e irreligiosi dell'aristotelismo, propose la ripresa del pensiero platonico e ne mostrò l'affinità con il cristianesimo.


VITA


Si ritiene che facesse i suoi primi studi a Firenze e li continuasse poi a Pisa (1449-51), nel periodo di sospensione dello Studio fiorentino.

A Firenze, dove riprese i suoi studi, ebbe come primo maestro di filosofia Nicolò Tignosi da Foligno.

Già da allora il F. preferiva alle opere aristoteliche gli scritti platonici; e al platonismo si dedicò interamente quando Cosimo de' Medici gli accordò, con la sua protezione, anche i mezzi per compiere tali studi.


Poco tempo dopo iniziò anche lo studio del greco, del quale s'impadronì ben presto; avuta in dono da Cosimo de' Medici la villa di Careggi, vi alternava il lavoro di traduzione degli scritti platonici alle conversazioni di argomento filosofico, politico, letterario con gli amici: questo cenacolo di studi fu detto "accademia platonica". Sono gli anni più fecondi del Ficino.

Dopo la congiura dei Pazzi, la passione politica esacerbata contro il Savonarola (prima da lui riconosciuto profeta, ora denunciato Anticristo) turbò la sua vita di studioso, mentre sempre più ambiguo si faceva il suo atteggiamento, pronto come egli era a ossequiare i potenti, fossero questi i Medici o i loro avversari.



OPERE


Tra i primi suoi scritti: De virtutibus moralibus (1457), De quattuor sectis philosophorum (1457), De voluptate (1457-58); presto iniziò il lavoro di traduttore: gli inni attribuiti a Orfeo, quelli attribuiti a Omero, la Teogonia di Esiodo, gli inni di Proclo; seguirono le versioni del Corpus Hermeticum, dei dialoghi di Platone (alcuni dei quali commentò: famoso il commento al Simposio), e infine le Enneadi di Plotino. Importante è la Theologia platonica de animorum immortalitate (prima stesura 1469-74, in seguito rimaneggiata), cui seguirono, dopo l'ordinazione sacerdotale (1473), il De christiana religione (1474) e il De amore (1474). Altri suoi scritti: De raptu Pauli (1476), Consiglio contro la pestilentia (1479), De vita libri tres (1489), De sole et lumine (1493); degli ultimi anni è l'incompleto commento a s. Paolo (1497).


PENSIERO



La speculazione del Ficino si muove nell'ambito della tradizione neoplatonica: ma il "platonismo", apparendo al Ficino come una filosofia divinamente ispirata in cui si riassume tutta la tradizione speculativa orientale e greca, si viene a inserire in una più ampia prospettiva, quella di una pia philosophia o "filosofia religiosa", che è il segno della presenza del Verbo nella storia, e in cui rientrano Zoroastro e Mosè, il favoloso Ermete Trismegisto e Platone, i pitagorici e i neoplatonici; essa trova infine il proprio coronamento nel cristianesimo.

Il Ficino stesso sottolinea la sua fedeltà alla tradizione platonica antica e medievale che si presenta come alternativa al naturalismo aristotelico e soprattutto averroistico: la filosofia è per il Ficino liberazione dal mondo sensibile e "fuga" verso il principio fontale del Vero, Dio, manifestantesi nel suo Verbo.


Sono Platone e Plotino a ispirare i motivi centrali della filosofia ficiniana: dalla simbologia della luce alla dottrina di Dio, del Logos, dell'anima del mondo, e per quanto concerne il "ritorno" dell'uomo a Dio, attraverso un processo di "semplificazione" che porta (per l'assidua assistenza di Dio) alla progressiva contemplazione dell'Uno in un ultimo atto d'amore.

Dottrina particolarmente importante questa dell'amore, che con il suo primato sul conoscere si congiunge alla dottrina platonica della bellezza: la bellezza diviene manifestazione di Dio nel mondo, l'amore il nesso dell'universo, e il rapporto uno-molteplice si scandisce secondo i temi della bellezza, dell'amore, della dilettazione (di qui una gamma vastissima di motivi svolti poi dalla trattatistica cinquecentesca).


Ovviamente il platonismo del Ficino è interpretato attraverso gli scritti dionisiani (il cui autore il F. riteneva ancora essere il Dionigi discepolo di s. Paolo e fonte autentica del neoplatonismo) e Agostino: quindi già cristianizzato e assimilato dalla tradizione teologica patristica e dall'agostinismo medievale.


Altri ancora sono gli autori di cui il Ficino risente l'influenza, come Avicenna e Tommaso d'Aquino; anche lo stesso Aristotele, che appariva al Ficino, secondo l'interpretazione avicennistica, sostanzialmente coincidere con gli insegnamenti platonici quanto alla discussa dottrina dell'immortalità dell'anima: ma è sempre appunto il platonismo a costituire il fondo comune delle varie suggestioni raccolte in una prospettiva di sapientia per cui il filosofo (e anzitutto Platone) si fa sacerdote e la filosofia religione.

L'importanza e l'influenza vastissima del Ficino nella cultura europea è tutta in questa prospettiva che indicava ai contemporanei un platonismo come "filosofia religiosa" in cui rientrano l'antica tradizione religiosa pagana ed ebraica, la filosofia greca e cristiana; non quindi in particolari dottrine, poiché, analizzata nei dettagli, l'opera del Ficino mostra immediatamente le sue fonti.


All'aristotelismo della scolastica (soprattutto della tarda scolastica), all'averroismo e in particolare agli esiti naturalistici della tradizione aristotelica, il Ficino, attraverso la vastissima sua opera di traduttore e commentatore, attraverso i suoi scritti originali, anzitutto la Theologia platonica, contrapponeva rinnovandola una tradizione filosofica e religiosa antichissima che nel cristianesimo aveva trovato il suo coronamento.


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FICINO, Marsilio. - Nacque a Figline nel Valdarno il 19 ottobre 1433 da Diotifeci d'Agnolo di Giusto, medico, e da Alessandra di Nannoccio di Montevarchi. Della sua prima educazione letteraria nulla si sa di preciso.

Secondo il suo primo biografo, Giovanni Corsi, a Firenze fu humanioribus litteris... abunde eruditus. Continuò i suoi studî a Pisa, durante l'interruzione dello studio fiorentino dal 1449 al 1451.


Ritornato a Firenze vi compì il tirocinio grammaticale con Luca di Antonio da S. Gimignano e messer Comando di Simone Comandi di Pieve S. Stefano. Il suo primo maestro di filosofia fu Nicolò di Iacopo Tignosi da Foligno, lettore di medicina e di logica e filosofia peripatetica nello studio fiorentino, ma fin d'allora il peripatetismo gli apparve non scientia ma malitia, e si volse agli scrittori platonici, e al platonismo si dedicò interamente quando, tornato da Bologna per compiervi il corso di medicina dopo appena un anno (1458), Cosimo de' Medici lo prese sotto la sua protezione "consacrandolo al divino Platone".


Poco tempo dopo si diede allo studio del greco, probabilmente sotto la guida del Platina, e vi fece in breve tali progressi che poté tradurre gl'inni attribuiti a Orfeo e ad Omero, gl'inni di Proclo di Licia, la Teogonia di Esiodo e l'Argonautiche.


Nella villetta di Careggi, donatagli da Cosimo, attese alla traduzione del Pimandro di Ermete Trismegisto, e infine iniziò la traduzione dei dialoghi platonici, solo interrotta dai ragionari su argomenti di filosofia, di letteratura e di politica con gli amici più intimi.

Questi ragionari dell'Accademia charegiana, come egli amava chiamare la sua villetta, furono l'inizio della famosa Accademia platonica. Morto Cosimo de' Medici (1464), il Ficino continuò ad essere aiutato da Piero, che, seguendo l'esempio paterno, gli donò molti codici greci e latini e lo spinse a pubblicare alcune traduzioni di Platone.



Profondamente animato dall'ideale di conciliare il cristianesimo col paganesimo, anche per desiderio di Lorenzo, si decise in età matura a farsi prete (1473), affinché ex pagano Christi miles factus, potesse più agevolmente dedicarsi al compito che si era prefisso di raggiungere.

Difatti negli anni che seguirono al 1474 la sua attività letteraria si fa più intensa, ma la sua vita, dopo la Congiura dei Pazzi (1479), non trascorse più serena come prima. Egli si lasciò trasportare dalla passione politica, tanto da giudicare il Savonarola, da lui ritenuto poco prima un santo, come un anticristo. Morì nella sua villa di Careggi il 1 ottobre 1499.


Dalla cattedra dello Studio fiorentino, in chiesa e nelle conversazioni, il Ficino commentava Platone e i neoplatonici, fra cui specialmente Plotino, Porfirio e lo pseudo-Dionigi Areopagita con l'intento palese di apportare nuovi materiali all'apologetica cattolica.

Ma fu nella massima opera, la Theologia platonica, che egli cercò di svolgere il suo concetto fondamentale dell'identità perfetta della filosofia con la religione. Il problema dell'infinito e del finito fu per lui, come per il Cusano, il problema principale della religione e quindi della filosofia.

Perciò egli notava che l'uomo non differisce dalle bestie se non per la religione, la quale gli è così naturale come il nitrito ai cavalli e il latrato ai cani (Theol. plat., in Opera, Basilea 1561, XIV, p. 230).


Ma la religione è lo stesso infinito che è in noi (ivi, p. 317).

Questo concetto importa la divinizzazione dell'uomo, ma nel senso che non è Dio che deifica l'uomo, bensì è l'uomo che si deifica. Di qui la rappresentazine dell'anima razionale come l'unità d'infinito e di finito, di eterno e di temporale. "Le cose che sono sopra l'anima razionale sono solamente eterne: quelle che sono sotto lei sono solamente temporali; e l'anima razionale è parte eterna, parte temporale.




Quest'anima imita Iddio con l'unità, gli Angeli con l'intelletto, la specie propria con la ragione, gli animali bruti col senso, le piante col nutrimento, le cose che mancano di vita con l'essere. È adunque l'anima dell'uomo in un certo modo tutte le cose" (De christ. relig., c. XVI).

Donde deriva quell'altro concetto ardito che Dio non per altro fine diventò uomo, se non perché l'uomo "qualche volta in qualche modo diventasse Dio".

Su questo concetto si fonda il principio della dignità umana, che è svolto dal Ficino in una forma rigorosamente filosofica.

Difatti per lui la conoscenza di noi stessi importa la conoscenza del divino che è in noi (Epist., I, p. 659).

Per questa autocoscienza noi non solo intendiamo noi stessi, ma anche le altre cose e Dio stesso (ivi, VIII, p. 885).

Così la storia dell'uomo diventa la storia della razionalità, e quindi a mano a mano che si dispiega la ragione si trionfa della fortuna che è cieca e irrazionale (Ubi sapientiae plurimum, minima opus est sorte, Epist., III, p. 748).


Ma se l'uomo è il compendio di tutto l'universo, è naturale che egli cerchi di diventare tutto e di comprendere ed esperimentare in sé tutte le vite (Theol. plat., XIV, c. 3, pp. 309-310) e se cupit, conatur, incipit Deus fieri proficitque quotidie, egli è fondamentalmente progresso infinito.


Così l'infinita esperienza umana importa il moderno concetto della storia (Epist., I, 658) che è libertà. Perché l'uomo, secondo il Ficino, è insofferente di ogni servaggio, e se egli è costretto a servire odia il padrone, perché noi tendiamo in qualunque caso a essere superiori e crediamo che sia contro la dignità naturale dell'uomo l'essere superati, anche nelle minime cose, dagli altri (Th. pl., XIV, p. 311).

Questo concetto della libertà assoluta dell'uomo conduce il Ficino non solo all'esaltazione della civiltà sempre progrediente, ma anche alla divinizzazione umana. Egli parla di tre guide della nostra vita: la ragione, l'esperienza e l'autorità, ma, in conclusione, l'unica guida, a cui si riducono le altre due, è l'esperienza.

Ma l'amore si celebra in grado eminente nella scienza divina che è la filosofia.


Perché solo il filosofo possiede una mente divina, alla quale si può pervenire attraverso varî gradi, fra cui quelli rappresentati dalle virtù civili.

In questo processo si rivela la creatività umana, che, come il Ficino dimostra nella sua Theologia platonica, consiste nel fatto che la mente dell'uomo quando attinge qualche vero, non vede, ma fa il vero, come Dio stesso, e allora la mente che possiede l'idea diviene la stessa verità di quella cosa che per una siffatta idea è stata creata.

Anzi, la mente umana è così facitrice della verità, che si può dire che la divina ragione si tocca tactu quodam mentis substantiali potius quam imaginato (Th. plat., XII, pp. 268-69).

Donde il carattere della religione che è propria del Ficino, il quale scorgendo il divino in tutte le cose, ma specialmente nell'uomo, considera la varietà delle religioni come un ornamento mirabile dell'universo.


La varietà nell'unica religione è necessaria: ciò che importa è che Dio sia onorato, anche se in modi diversi.


Il concetto di una religione naturale è accolto anche dal Ficino, e per esso le idee cristiane della grazia, della mediazione, del peccato originale sono presentate sotto una luce profondamente diversa da quella tradizionale.

Ma è soprattutto la teodicea ficiniana che presenta una fisionomia nuova.


In Dio sono le forme sostanziali, che costituiscono gli esemplari e le cause di tutte le cose, ma Dio, che è paragonato al sole, intendendo e volendo sé stesso sa e crea tutte le cose (Th. plat., XI, p. 250).

Di qui il panpsichismo ficiniano, che si riduce a una specie di panteismo, il quale è visibile specialmente nella cosmogonia che egli tratteggia.



In essa Dio rappresenta la massima realtà come unità immobile, bontà, bellezza e giustizia assoluta; da Dio emanano gli angeli, moltitudine immobile, puri intelletti; dagli angeli l'anima razionale, moltitudine mobile, forma pura, immortale; dall'anima razione si scende alla qualità dei corpi e infine alla materia.


L'anima è chiamata la tertia essentia, che rappresenta la medietà fra ciò che è terreno e ciò che è ultra-terreno.

Essa ha tre gradi: l'anima del mondo, le dodici anime degli elementi e delle sfere, e le anime degli esseri tutti.

Questa raffigurazione è il risultato di elementi attinti a Plotino e Proclo, ma lo spirito che vi alita è dato dal principio di circolarità, che riesce, attraverso contraddizioni e oscillazioni, a porre non solo l'autonomia della natura, ma anche la dialettica moderna.

Difatti la bellezza rappresenta il termine medio fra la bontà e la giustizia: essa come idea divina ha procreato l'Amore, cioè l'Amore di sé.


E per l'Amore Dio rapisce a sé il mondo e il mondo è rapito da Lui: donde la continua attrazione che è fra Dio e il mondo, che da Dio comincia e nel mondo trapassa, e finalmente termina in Dio.

Così il principio dell'universalità dell'Amore come lo stesso divino che si attua nella realtà circola in tutto il pensiero del Ficino e conferisce una fisionomia soggettivistica alla religione, alla morale, alla politica, all'educazione e all'estetica.


Fonte Enciclopedia Treccani

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IL RINASCIMENTO - L'UMANESIMO


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DELLE DIVINE LETTERE DEL GRAN MARSILIO FICINO


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MICHELE P.