Misticismo - Esoterismo

La Rosa come Simbolo dell'Anima in evoluzione.

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa
Dio, Teologia, Misticismo, Filosofia, Gnosi, Esoterismo.

giovedì 23 gennaio 2014

L'ARCA DELL'ALLEANZA







L'Arca dell'Alleanza era il recipiente nel quale Israele aveva riposto le Tavole della Torà, dopo averle ricevute sul monte del Sinai. Su di loro erano incisi i Dieci Comandamenti.

L'Arca fu trasportata per tutti i 40 anni di viaggio nel deserto, e accompagnò Israele durante i lunghi anni di conquista della Terra Promessa, fino a venire posta nel Tempio costruito dal Re Salomone.

Si trattava di una cassa lunga due cubiti e mezzo (ogni cubito è circa mezzo metro), larga un cubito e mezzo, e alta un cubito e mezzo, come mostrato in figura.

Per trasportarla s'inserivano due lunghi pali negli appositi anelli.


Quando Israele si accampava, al centro dell'accampamento veniva eretto il Tabernacolo, e nel Santo dei Santi era riposta l'Arca. La caratteristica più famosa dell'Arca era che sul suo coperchio superiore si trovavano due statue realizzate da un'unica fusione d'oro puro, rappresentanti una coppia d'angeli Cherubini.

Il simbolismo dell'Arca è quanto mai ricco e vasto, e in questa sede cercheremo di metterne in luce gli aspetti principali.

Era composto da due pezzi principali:
un parallelepipedo inferiore e un coperchio che lo chiudeva. Si tratta della terra e del cielo.



Pur se in natura la forma della terra è sferica (come pure quella di tutti gli altri corpi celesti), e pur se il suo movimento è ellittico (il cerchio è un caso particolare dell'ellisse), secondo la tradizione cabalistica, la forma che meglio la rappresenta a livello spirituale è il cubo. In altri termini, si afferma che l'universo presente è dominato dalle forme sferiche, mentre quello futuro (i "cieli nuovi e la terra nuova") sarà sede soprattutto di forme cubiche.

Questa trasformazione contiene il segreto del passaggio da un tempo circolare (che tende a ripetersi secondo il mito dell'Eterno Ritorno) ad un tempo rettilineo, che porta invece verso un traguardo completamente diverso dal punto di partenza.

L'aver concepito la storia come una serie d'eventi che porta da uno stato meno perfetto ad uno via via sempre migliore è una delle innovazioni del pensiero ebraico, diventata poi parte integrante della cultura occidentale.

Oggi la troviamo sia nel concetto laico e mondano di "progresso", che in quelli più sottili e raffinati di "evoluzione".

Dal punto di vista simbolico ciò viene rappresentato trasformando lo spazio fisico da una forma sferica ad una forma cubica.


Quest'insegnamento ci viene riproposto anche dal Libro della Formazione, il più antico testo di Cabalà, che si occupa tra l'altro delle corrispondenze tra segni zodiacali, pianeti e lettere dell'alfabeto ebraico.

In quel testo si parla di un "cubo dello spazio", i cui dodici lati sono i dodici segni zodiacali.

Ma l'Arca dell'Alleanza non era cubica, bensì un parallelepipedo.


Ciò significa che essa rappresentava i "nuovi Cieli" e la "nuova Terra" in via di formazione, mentre erano ancora in movimento, e non avevano ancora raggiunto uno stato di riposo.

Il parallelepipedo inferiore era formato (vedi figura) da tre distinte scatole.

Le due esterne erano entrambe d'oro, mentre quella mediana era di legno d'acacia.


Cosa significa ciò?

Secondo la Cabalà, l'anima dei Maestri e degli Illuminati contiene due grandi categorie: avvolgente ed interna, ognuna delle quali è dotata di diversi gradi intermedi.



Il contenitore dell'Arca rappresenta l'Anima avvolgente, le Tavole della Torà al suo interno costituiscono invece l'anima interiore.

Si tenga presente che l'anima avvolgente è più rara e preziosa di quella interiore, in quanto questa è limitata, mentre la prima si estende all'infinito.


I due recipienti d'oro costituiscono il primo e il secondo grado dell'anima avvolgente.

Essi sono: Chaià e Yechidà, l'Anima Vivente e l'Anima della Perfetta Unione col Divino.


Il legno che le separa fa da isolante elettrico, onde permettere a ciascuna delle due di costituire uno schermo separato. Infatti, uno degli scopi dell'"anima avvolgente" è quello di proteggere l'organismo da attacchi d'entità malvagie, pur presenti nella dimensione spirituale.

In termini moderni potremmo comprendere questo particolare dell'Arca come una "doppia schermatura", in grado di isolarla completamente dai campi energetici negativi, e di captare solo quelli positivi.

Infatti, il materiale usato era l'oro, che rappresenta il più alto stato della consapevolezza, quello che l'Alchimia chiama l'oro filosofico.


Tutto ciò riguarda il solo recipiente inferiore, la Terra. Invece il coperchio superiore simboleggia il cielo, che viene a completare la terra, a chiudere la sua apertura, a riempire i suoi bisogni.

Il coperchio dell'Arca era fatto da un'unica piastra d'oro massiccio.


Questo suo essere costituito da un unico pezzo, mentre la parte inferiore era composta da tre pezzi distinti, allude all'insieme dello spazio-tempo.

La fisica moderna ci insegna che viviamo in un insieme costituito da tre dimensioni spaziali (le coordinate di un determinato punto) e da un'unica dimensione temporale (il tempo in cui un certa realtà esiste).

In tutto viviamo dunque in un insieme quadridimensionale. Secondo la sapienza esoterica esiste invece almeno una quinta dimensione, che nell'esempio dell'Arca era rappresentata dalle Tavole della Torà ivi contenute.

Si tratta del livello della consapevolezza pura, la "quintessenza", così a lungo ricercata dagli alchimisti.

Del coperchio superiore dell'Arca facevano parte i Cherubini, anch'essi d'oro purissimo.


Dice il versetto dell'Esodo (25, 18-21): "Farai due cherubini d'oro: li farai lavorati al martello sulle due estremità del coperchio.


Fa' un cherubino ad una estremità e un cherubino all'altra estremità.


Farete i cherubini tutti di un pezzo con il coperchio, alle sue due estremità.

I due cherubini avranno le due ali stese di sopra, ricoprendola, e i loro volti saranno rivolti l'uno verso l'altro, e verso il coperchio.

E porrai il coperchio sulla parte superiore dell'Arca, e collocherà nell'arca la testimonianza che ti darò."


La simbologia dei Cherubini è quanto mai vasta ed interessante.


Secondo la tradizione ebraica essi avevano due volti infantili.

Dai bambini dobbiamo imparare la purezza e la semplicità, la sincerità emotiva, la fiducia in coloro che sono più grandi di noi.

In particolare, i volti dei cherubini erano l'uno maschile e l'altro femminile.

Questo significa la conjuncto oppositorum, il matrimonio mistico, lo hyeros gamos.


Nel ricomporsi dell'unità primaria tra i poli opposti, tra il maschile e il femminile, si completa la copertura dell'Arca, si rinsalda la frattura che aveva causato la caduta dei mondi.

E' grazie alle ali dei cherubini che si toccano al di sopra del coperchio, cioè alle loro componenti spirituali, che è possibile "volare", cioè esplorare i mondi superiori.


Il matrimonio alchemico tra l'adepto e la soror mistica è il motore che fornisce energia al cocchio celeste, sul quale avviene il viaggio verso il Divino.

Un'idea del genere è confermata da altri versetti dove vengono menzionati i cherubini, come: "e cavalcava il cherubino e volava" (Salmo 18,11).


Tutto ciò sottolinea l'estrema importanza dell'equilibrare le varie componenti in ogni via d'evoluzione spirituale: il secco con l'umido, l'anima col corpo, l'emotivo con l'intellettuale, ecc.  Infine la forma dei due cherubini e delle loro ali che si toccavano ricorda quella di un portale.

Si tratta della "porta del Signore, attraverso la quale entreranno i giusti", la cinquantesima porta dell'Intelligenza.

In genere l'Arca rappresenta il segreto di come una costruzione umana, se fatta seguendo dei criteri particolari, possa diventare la sede e il ricettacolo degno di contenere la rivelazione di uno stato superiore della consapevolezza, di forze angeliche o anche divine.


I criteri di costruzione riguardano innanzitutto le dimensioni, che devono essere proporzionate in modo opportuno, seguendo formule antiche ed esoteriche.

Ad esempio, il volume in "tefachim" (circa la lunghezza di un pugno chiuso), un'altra fondamentale misura dell'Antico Testamento, del recipiente centrale di legno era 756 tefachim cubi.

Questo è il valore numerico della parola Sefirot, il nome delle dieci costituenti principali dell'Albero della Vita, il riferimento centrale delLa Cabalà..

Ciò indica come all'interno dell'Arca fosse contenuto un intero Albero della Vita. Riducendo 756 si ha 18, che è il numero della vita (Chai, Cheit-Yud). Riducendolo ulteriormente si ha 9, il numero della verità.


Inoltre i materiali coi quali viene eretta una particolare costruzione sacra hanno una loro importanza fondamentale.

Provenendo dai tre regni inferiori: minerale (metalli e pietre preziose), vegetale (legno o tessuti) e animale (pelli o lana) i materiali rappresentano una sintesi di tutto il meglio che il mondo materiale può dare.

Tramite l'opera ingegnosa dell'uomo, tramite la sua sapienza arcana, guidata dallo spirito divino, tutto ciò viene trasformato nel "trono" sul quale si asside un livello super-umano di sapienza e bontà.

Si noti come la parola "Arca", che viene dall'indoeuropeo indicante "custodire", è alla radice di "arcano", cioè "esoterico, segreto".

Ciò dimostra come la sapienza esoterica nel suo insieme sia l'Arca nella quale sono custoditi gli stessi "cervelli" Divini, cioè la Sapienza e l'Intelligenza, l'emisfero cerebrale destro e quello sinistro.

Ecco perché le tavole della Torà riposte nell'Arca erano due, ad indicare la polarità fondamentale presente in ogni processo pensante.

Le costruzioni degli esseri umani non dovrebbero dunque avere una sola funzione pratica, ma dovrebbero esprimere dei principi superiori, se si vuole che il loro uso diventi un'occasione per la crescita della consapevolezza.


Le abitazioni che sono state erette in modo particolare, secondo la sapienza "arcana", hanno un particolare effetto benefico su coloro che vi dimorano, un vero e proprio effetto salvifico.


Infatti nella Bibbia il primo e più antico prototipo d'ogni contenitore o costruzione sacra è stato l'Arca di Noè, grazie alla quale egli, la sua famiglia e gli animali, sopravvissero al cataclisma del diluvio universale.

E si badi bene che non sarebbe bastata una qualunque barca o rifugio.

Probabilmente la generazione in cui viveva Noè era in grado di costruire altri tipi d'imbarcazioni.



Quella di Noè fu l'unica a sostenere la furia degli elementi scatenati poiché era stata costruita seguendo delle leggi non solo fisiche ma anche metafisiche.


Si tratta di un insegnamento che dovremmo tutti tenere presente in un mondo come quello d'oggi, nel quale prevalgono soltanto le considerazioni materiali e contingenti.





Fonte: http://cabala.org/articoli/arca.htm


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L'ARCA DELL'ALLEANZA


Era l'oggetto più sacro e uno dei più antichi della religione israelitica.

Il sostantivo ebraico 'ārōn è usato nella Bibbia per designare un'"arca" o "cassa" profana, destinata o a custodire una mummia (Genesi, L, 26; lo stesso uso ha il vocabolo anche in fenicio) o a raccogliere danaro (IV [II] Re, XII, 10-11): fuori di questi soli casi indica sempre il suddetto oggetto sacro, e in tal caso il sostantivo è usato o solo, quando il contesto ne indica chiaramente il riferimento, ovvero con alcune specificazioni quali Arca di Jahvè, Arca di Dio, Arca della testimonianza, Arca del patto o dell'alleanza, ecc. I Settanta traducono ή κιβωψός; la Vulgata arca, con le specificazioni accennate


DESCRIZIONE E SIGNIFICATO

Secondo molti critici moderni la principale descrizione dell'Arca, che si trova in Esodo XXV, 10 segg. (cfr. XXXVII, 1 segg.), dipenderebbe dal Codice Sacerdotale, cioè dal più recente dei quattro principali documenti incorporati nel Pentateuco. Altri accenni poi, sparsi qua e là nel Pentateuco e nei libri storici, secondo gli stessi critici provengono da documenti più antichi; ma sono anche più scarsi di elementi descrittivi. Dall'insieme delle testimonianze risulta quanto segue.

L'Arca consisteva essenzialmente in una cassa di legno d'acacia, lunga cubiti 2½ e alta cubiti 1½: se si suppone impiegato il cubito minore - com'è più probabile - equivalendo esso a circa m. o,45, abbiamo la lunghezza di circa m.1,12 e la larghezza di circa m. 0,67.

All'interno e all'esterno il legno della cassa era ricoperto dì oro puro, applicatovi probabilmente in forma di sfoglie o sottili lamine: una specie di orlatura a forma di ghirlanda, egualmente d'oro, ne ricingeva la parte superiore.


Ai quattro piedi dell'Arca erano apposti quattro anelli d'oro, due per ogni fianco: attraverso ad essi passavano due stanghe di legno d'acacia, ricoperte parimente d'oro, che servivano per il trasporto dell'Arca; ciò nonostante era prescritto che tali stanghe rimanessero dentro gli anelli anche quando l'Arca era in sede (anche nel Tempio di Gerusalemme, secondo III [I] Re, VIII, 8; tuttavia cfr. Numeri, IV, 6). Poggiato sulla cassa, ma distinto da essa, stava il propiziatorio, che era un oggetto (probabilmente una semplice lastra) di oro puro dai contorni rettangolari ed esattamente corrispondenti a quelli della cassa; l'orlatura a forma di ghirlanda, ch'era nella parte superiore della cassa, doveva forse servire da incastro al propiziatorio, affinché questo non si spostasse durante i viaggi dell'Arca. Il nome ebraico del propiziatorio è kapporeth, reso dai Settanta quasi sempre con ἰλαστήριον (cfr. Ebrei, IX, 5) e dalla Vulgata con propitiatorium, mentre in Filone, Giuseppe Flavio e un paio di volte nei Settanta lo troviamo tradotto con ἐπίδημα: la prima traduzione cioè lo deriva dalla forma "pi‛el" della radice kpr, col senso di "espiare (un peccato)" ed è quindi preferita dai moderni come molto più probabile; la seconda invece, derivandolo da un supposto primitivo senso della stessa radice "coprire", porta ad attribuire al nome il significato di "coperchio", che non sembra essere il preciso scopo del propiziatorio rispetto alla cassa dell'Arca.


Ai due lati sopra il propiziatorio erano due simboliche figure di Cherubi (cherubini), di oro puro e formanti tutt'un pezzo col propiziatorio; essi erano rivolti l'uno verso l'altro e muniti di ali stese in alto e adombranti il propiziatorio, verso il quale erano anche'inclinate le facce delle due figure.


Di che forma fossero queste figure, se umana o beluina o mista, non è accennato in alcun passo della Bibbia: alcuni moderni le ritengono di forma beluina, secondo i canoni dell'arte babilonese che usava rappresentare analoghi genî con forme simboliche almeno parzialmente beluine (corpo di toro, o di leone, ecc. munito d'ali); altri, avendo più opportunamente l'occhio ai monumenti di Egitto, e tenendo conto del profondo influsso che la civiltà egiziana esercitò sulla Palestina e sugli Ebrei antichissimi, le credono di forma umana, eretta o inginocchiata, come è mostrata da quei monumenti. Nell'interno dell'Arca era contenuta la Testimonianza, cioè le due tavole della Legge.

Secondo III [I] Re, VIII, 9 non era, ivi dentro, null'altro che queste tavole; in Ebrei, IX, 4 invece si afferma che vi era (ἐν ᾗ è da riferirsi certamente al precedente τὴν κιβωτόν, cfr. vers. 5; altri interpretano "accanto") un vaso d'oro contenente la manna e la verga fiorita d'Aronne: le quali due cose, secondo Esodo, XVI, 33-34, Numeri, XVII, 25-26 (10-11), stavano invece al di fuori, davanti all'Arca. L'Arca era per gl'Israeliti il centro del culto divino.


Secondo la Bibbia il propiziatorio, e più esattamente lo spazio fra le ali dei due Cherubi, era il luogo ove era assiso Jahvè Dio (I Re [Samuele], IV, 4; II Re [Sam.], VI, 2, ecc.); ivi Dio appariva nella nube (Levitico XVI, 2) e parlava a Mosè (Esodo XXV, 22; Num. VII, 89), Aronne; Giosuè, ecc. In altri passi l'Arca è detta lo sgabello dei piedi di Dio: I Cron., XVIII, 2; cfr. Salmi XCIX, 5; CXXXII, 7.

Analoghe forme di arche religiose sono state ritrovate presso i due grandi popoli dell'antichità da cui gli Ebrei desunsero la massima parte delle loro istituzioni civili, cioè i Babilonesi e gli Egiziani. Sotto l'aspetto architettonico, l'arca babilonese mostra scarsa affinità, avendo piuttosto la forma di seggio o trono.


L'egiziana invece rivela una stretta parentela con l'Arca israelitica, e se ne può a buon diritto considerare come il prototipo: essa consisteva in un prezioso cofano o tempietto (ναός), delle dimensioni più o meno dell'Arca, nel cui interno era riposta qualche statuetta o altro oggetto sacro (come nell'Arca le tavole della Legge), e sul cui esterno erano spesso raffigurati genî con alì spiegate, come sull'Arca i Cherubi.


Anche l'arca egiziana era portata in processione, per mezzo di stanghe, dai sacerdoti, come presso gli Ebrei l'Arca dai Leviti (Deuteronomio, XXXI, 9, 25): tuttavia quella non era posta, per lo più, direttamente sulle stanghe, bensì sulla barca sacra o bari che serviva come da portantina.

Dai ritrovamenti archeologici più recenti è stata recata molta luce sul significato simbolico dell'Arca, specialmente in quanto composta di due parti, la cassa in basso e il propiziatorio sopra. Si è infatti assodato che era diffusa la costumanza, sia in Babilonia sia in Siria (Hittiti) e in Egitto, di deporre sotto i piedi di qualche statua di divinità nel suo tempio i testi di trattati di alleanza, amicizia, ecc., stretti fra re o nazioni, quasi per rendere il dio mallevadore o testimonio della bilaterale osservanza.


Questa costumanza si troverebbe osservata esattamente nell'Arca. Jahvè infatti, Dio degl'Israeliti, era assiso sui Cherubi del propiziatorio: sotto i suoi piedi, dentro la cassa, era stato deposto il testo dell'alleanza per cui Jahvè era diventato il Dio della nazione, cioè le tavole della Legge.

Donde il nome di Arca dell'Alleanza ('ārōn ha-bĕrīth).



STORIA


Da Esodo XXXV, 30 segg., XXXVII, 1 segg. risulta che l'Arca fu costruita da un artefice della tribù di Giuda, di nome Bezaleel, nei primi mesi dopo l'uscita degli Ebrei dall'Egitto: questa circostanza di tempo spiegherebbe bene la dipendenza della concezione artistica dell'Arca da forme egiziane.

Fu quindi inaugurata da Mosè nel Tabernacolo dell'accampamento, e da quel giorno in poi essa fu sempre trasportata dagl'Israeliti nelle loro peregrinazioni attraverso il deserto.

Prima dei viaggi l'Arca veniva ricoperta col velo che stava steso all'entrata del Tabernacolo, sopra di esso si poneva un involucro di pelli speciali, e il tutto infine veniva ricoperto da un panno azzurro; essa apriva la marcia, precedendo tutto il popolo; la sua presenza era particolarmente necessaria nei fatti d'arme contro popoli nemici. Conquistata la Palestina, l'Arca fu deposta stabilmente a Silo (Giosuè, XVIII, 1) nel territorio della tribù di Efraim, cioè quasi nel centro della regione conquistata; tuttavia anche dopo, in casi eccezionali, specialmente in vista d'importanti battaglie, veniva tolta di là e recata sul posto.

Così avvenne che, alla fine della giudicatura di Eli, l'Arca fu recata all'accampamento degli Ebrei per l'imminente battaglia contro i Filistei; se non che costoro, vincitori, s'impadronirono dell'Arca e la collocarono come trofeo nel tempio del loro Dio Dagon in Ašdod. Restituita spontaneamente dopo sette mesi, rimase per venti anni a Cariath-iarim (Qirjath-jearim); quindi David, che aveva fatto da poco Gerusalemme capitale politica, vi trasportò l'Arca per assicurare alla città anche la supremazia religiosa: ivi fu deposta "nel padiglione che David le aveva preparato" (II Re [Sam.], VI, 17).



Edificato infine il Tempio di Gerusalemme da Salomone, l'Arca fu depositata nella sua parte più interna, chiamata Santo dei Santi (o dĕbhīr): ivì rimase definitivamente, preclusa dallo sguardo di tutti i mortali, salvo che del Gran Sacerdote, il quale un sol giorno dell'anno, nella festa della Propiziazione (Kippurīm), poteva entrare nel Santo dei Santi e contemplarla. Quale fosse la fine dell'Arca, non è detto esplicitamente dalla Bibbia.


Secondo II Cronache, XXXV, 3 essa esisteva ancora nel Tempio sotto il re Giosia: si è anzi pensato che questo re la facesse riporre nel Santo dei Santi, donde l'avrebbe rimossa il precedente re Manasse per collocarvi l'idolo di Ascera (IV [II] Re, XXI, 7; II Cron., XXXIII, 7).

Essa è nominata ancora in Geremia, III, 16 ma non si può concludere con sicurezza che se ne parli come di oggetto ancora esistente. Molti quindi stimano che andasse perduta nel 586 a. C., quando Nabucodonosor prese e distrusse Gerusallemme e il Tempio (cfr. l'apocrifo II [IV] Esdra, X, 22); tuttavia non è improbabile che l'Arca si perdesse anche prima, cioè nella prima depredazione che lo stesso Nabucodonosor fece di Gerusalemme nel 597 a. C. Certo è che nel Tempio ricostruito da Zorobabel dopo l'esilio, il Santo dei Santi non conteneva più l'Arca, ma solo una pietra alta tre dita che ricordava l'antico posto dell'Arca; per il resto era vuoto (cfr. Tacito, Hist., V, 9: inania arcana).

Nell'epistola dei Giudei palestinesi a quelli egiziani, contenuta in II Maccabei, è riportata (II, 1 segg.) una leggenda popolare secondo cui l'Arca durante la catastrofe di Gerusalemme sarebbe stata salvata da Geremia e nascosta in una spelonca del monte Nebo, il qual luogo dovrebbe restare ignoto sino al risorgimento della nazione ebraica.


Fonte Enciclopedia Treccani

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L'Arca dell'Alleanza (in ebraico ארון הברית ʾĀrôn Habbərît, pronuncia moderna Aron Habrit), secondo la Bibbia, era una cassa di legno rivestita d'oro e riccamente decorata, la cui costruzione fu ordinata da Dio a Mosè, e che costituiva il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.


L'Arca è descritta dettagliatamente nel libro dell'Esodo (25, 10-21; 37, 1-9): era una cassa di legno di acacia rivestita d'oro all'interno e all'esterno, di forma parallelepipeda, con un coperchio (propiziatorio) d'oro puro sul quale erano collocate due statue di cherubini anch'esse d'oro, con le ali spiegate (cherubini di tradizione ebraica, diversi da quelli di tradizione cristiana).

Le dimensioni erano di due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza e altezza, ovvero circa 110×66×66 cm. Ai lati erano fissate con quattro anelli d'oro due stanghe di legno dorato, per le quali l'arca veniva sollevata quando la si trasportava. All'interno della cassa erano conservati un vaso d'oro contenente la manna, la verga di Aronne che era fiorita e le Tavole della Legge. (Ebrei 9:4;).

Tuttavia, al momento dell'inaugurazione del Tempio di Salomone non conteneva altro che le Tavole della Legge (Deuteronomio 10, 1-5; 1 Re 8, 9; 2 Cronache 5, 2-10).

Il compito di trasportare l'arca era riservato ai leviti: a chiunque altro era vietato toccarla.


Quando Davide fece trasportare l'arca a Gerusalemme, durante il viaggio un uomo di nome Uzzà vi si appoggiò per sostenerla, ma cadde morto sul posto (2 Samuele 6, 1-8, 2 Cronache 13, 9-10).

Secondo la tradizione l'arca veniva trasportata coperta da un telo di pelle di tasso coperto da un ulteriore telo di stoffa turchino (Num. 4:6) e, quando il popolo ebraico si fermava, veniva posta in una tenda specifica, definita "Tenda del Signore" o "Tenda del convegno" senza che venisse mai esposta al pubblico, se non in casi eccezionali.

Inoltre la leggenda vuole che l'arca, in alcune situazioni, si adornasse di un alone di luce e che da essa scaturissero dei lampi di luce divini, delle folgori, capaci di incenerire chiunque ne fosse colpito e nel caso non avesse rispettato il divieto di avvicinarvisi; infine, tramite l'arca, Mosè era in grado addirittura di parlare con Dio che compariva seduto su un trono fra i due cherubini che ornavano il coperchio e che rappresentano l'angelo Metatron e l'angelo Sandalphon.



L'ARCA DELL'ALLEANZA IN ETIOPIA


Secondo un'antica tradizione contenuta nel testo sacro etiope Kebra Nagast (il Libro della Gloria dei Re), l'Arca sarebbe invece stata donata dal Re Salomone a Menelik I (seconda metà del X sec. a.C.), il figlio da lui avuto dalla regina di Saba, leggendaria fondatrice della nazione etiope (secondo un'altra versione, Salomone volle donare a Menelik una copia dell'Arca, ma questi la scambiò di nascosto con l'originale).


Vi è ancora oggi una chiesa cristiana di rito copto in Etiopia a Axum nella quale i religiosi etiopici sostengono di conservare l'Arca; tale affermazione non può però essere verificata in quanto, essi dicono, l'Arca è un oggetto così sacro che a nessuno può essere permesso di vederla.


L'unica persona a cui è concesso questo privilegio è il suo custode: egli vive in solitudine nella cappella dove sarebbe riposta l'Arca senza avere contatti col mondo, e alla protezione della reliquia dedica la sua intera vita. Il 19 giugno 2009 il patriarca della Chiesa ortodossa etiopica Abuna Paulos, in una conferenza stampa tenutasi all'Hotel Aldrovandi a Roma, cui ha partecipato anche il principe Makonnen Haile Selassie, presunto nipote dell'imperatore d'Etiopia Hailé Selassié I, e il duca Amedeo D'Aosta ha dichiarato che "...L'Etiopia è il trono dell'Arca dell'Alleanza. L'Arca dell'Alleanza è stata in Etiopia per tremila anni e adesso è ancora lì e con la volontà di Dio continuerà ad essere lì. È per via del miracolo che è arrivata in Etiopia. L'ho vista con senso di umiltà, non con orgoglio, come quando si va in chiesa. È la prima volta che dico questo in una conferenza stampa. Ripeto l'Arca dell'Alleanza è in Etiopia e nessuno di noi sa per quanto tempo ancora. Solo Dio lo sa. Tutto quello che si trova nell'Arca è descritto perfettamente nella Bibbia. Lo stato di conservazione è buono perché non è fatta da mano d'uomo, ma è qualcosa che Dio ha benedetto. Ci sono molti scritti e prove evidenti sulla presenza dell'Arca in Etiopia. Non sono qui per dare delle prove che l'Arca sia in Etiopia, ma sono qui per dire quello che ho visto, quello che so e che posso testimoniare. Non ho detto che l'Arca sarà mostrata al mondo. È un mistero, un oggetto di culto..."
(''Ho visto l'Arca dell'Alleanza ed è in buone condizioni'' - Adnkronos Cronaca).


Per maggiori Info: http://it.wikipedia.org/wiki/Arca_dell'Alleanza

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KEBRA NAGAST


Il Kebra Nagast (traduzione letterale La Gloria dei Re) è un antico testo etiope di grande importanza storica, religiosa e archeologica.

Il nucleo del testo viene fatto risalire a un periodo compreso fra il IV e il VI secolo d.C., ma la ricompilazione definitiva è del XII secolo. È uno dei testi sacri del rastafarianesimo.


Il testo, che attinge all'Antico Testamento, ai Vangeli cristiani e al Corano, narra del leggendario trasferimento dell'Arca dell'Alleanza da Gerusalemme al Regno di Saba (Etiopia).

Secondo la leggenda, l'Arca passò da re Salomone di Israele nelle mani di Bayna-Lehkem, figlio di Salomone e della regina di Saba Machedà. Bayna-Lehkem fu in seguito incoronato re di Etiopia col nome di Menelik I.

Il trasferimento dell'Arca viene quindi letto simbolicamente come un passaggio della discendenza biblica di Israele in Etiopia, e quindi attribuisce elementi divini alla dinastia tradizionale etiope, che governò sul paese ininterrottamente fino all'ascesa di Hailé Selassié (1930), fatta eccezione per il periodo tra il 950 e il 1270, quando fu retto da una dinastia di religione pagana o ebraica, gli Zaguè.



STORIA DEL TESTO

Il Kebra Nagast ebbe origine a partire da una serie di testi sionisti trascritti nei primi secoli dell'era cristiana.

La principale fonte su cui è basato questo primo nucleo è l'Antico Testamento, ma elementi furono tratti anche da testi rabbinici, leggende etiopi, egiziane e copte.

Successivamente furono introdotte influenze coraniche e di altri elementi della tradizione araba (principalmente palestinese e siriana, per esempio Il libro dell'ape), nonché di testi cristiani apocrifi come
Il libro di Adamo ed Eva, il Kufale, Le istruzioni di San Pietro al suo discepolo Clemente, La vita di Anna madre della vergine Maria, Il libro della perla, L'ascesa di Isaia e altri.


Questa collezione di trascrizioni e riscritture originariamente disomogenea iniziò a prendere la forma di un testo unitario nella prima redazione in ge'ez antico del Kebra Nagast, datata intorno al VI secolo e attribuita generalmente a un sacerdote copto, a cui si dovrebbe anche la scelta del titolo.

Da questa cronologia si può agevolmente comprendere come il testo del Kebra Nagast abbia potuto fornire elementi narrativi per il Corano, che è stato compilato e ordinato in epoca successiva sotto la guida del Califfo ibn Affan, nei passaggi che concernono la storia della Regina di Saba, e il favoloso trasporto del suo trono (Corano, sura XXVII).

Il testo venne tradotto e trascritto in altre lingue fin dall'antichità, innanzitutto in arabo e amarico (fra il VI e il XII secolo).

Le prime edizioni in lingue europee (inglese, spagnolo, francese, portoghese e tedesco) iniziarono ad apparire dal XVI secolo. Una delle traduzioni moderne considerate più autorevoli da un punto di vista filologico è quella in inglese del 1922, curata da E. A. Wallis Budge, professore di storia ebraica all'Università di Cambridge e direttore del Dipartimento di Antichità Egizie e Assire del British Museum.


Questa traduzione fu in seguito adottata in Giamaica diventando testo sacro del Rastafarianesimo. Già prima della traduzione di Budge, comunque, i racconti del Kebra Nagast erano giunti in Giamaica attraverso la predicazione dei sacerdoti della chiesa ortodossa etiope.



TEMI DEL LIBRO


La prima parte del Kebra Nagast (capitoli da uno a trenta) riporta storie del tutto simili a quelle Bibliche: da Adamo, ed i suoi figli Abele, Caino, e Set; a Noè, che in un dialogo mistico riceve dal Creatore futura protezione; ad Abramo, che mandato adolescente a vendere idoli pagani invece li distrugge, e la sua unione con Dio immediatamente si palesa nell'arcobaleno per lui, e per la sua discendenza nell'Arca dell'Alleanza, costruita secondo i dettami comunicati dall'Onnipotente a Mosè sul monte Sinai, detta perciò "Zion".

Ma senza dubbio per i credenti Rastafariani la vicenda chiave del libro è rappresentata dall'incontro tra il sovrano di Israele Salomone, e Machedà, la Regina del Sud (ovvero di Sheba – o Saba -, nome dell'Etiopia antica), che “innamorata della sua saggezza” affronta il lungo viaggio fino a Gerusalemme per conoscerlo ed apprenderne le virtù.


L'incontro tra i due sovrani è descritto anche nella Bibbia (1 Re 10 : Visita della Regina di Saba; 2 Cronache 9 : Gloria di Salomone), con la differenza che ivi non si accenna né al loro rapporto, né al loro figlio Bayna-Lehkem. Nella narrazione del Kebra Nagast invece, il loro profondo ed appassionante dialogo è importante per varie ragioni: anzitutto la Regina Machedà decide da allora che non adorerà più il Sole come i suoi avi, bensì il suo Creatore, Dio di Israele, come Salomone, e questo rappresenta il passaggio da un culto arcaico ad un moderno monoteismo. Inoltre i due, grazie a un giocoso espediente escogitato dal Re, trascorrono la notte insieme, ed al mattino seguente Salomone ha una visione premonitrice; prima che Machedà parta per tornare al suo regno, il Re le regala un anello speciale da donare all'eventuale frutto del loro amore: dalla loro unione infatti nascerà un bambino, Bayna-Lehkem (detto Ebna la-Hakim, "Figlio del Saggio"), in seguito Imperatore col titolo di Menyelek I (o Menelik), origine della stirpe dei sovrani d'Etiopia.



Questi, raggiunti i ventidue anni, parte alla ricerca del padre assieme al prezioso anello, per chiedergli un pezzo del drappo copertura di Zion, l'Arca dell'Alleanza, affinché anche il suo popolo possa venerarla: Salomone lo accoglie con tutti gli onori e insiste molto perché resti a regnare con lui, ma vedendolo deciso a tornare nella terra materna, preme per farlo almeno accompagnare da alcuni primogeniti israeliti che lo possano aiutare e consigliare nel futuro governo.


Però i giovani unendo forze ed ingegni, costruiscono una copia in legno dell'Arca, e trafugano l'originale verso l'Etiopia, percorrendo in un solo giorno, anziché trenta, il cammino fino al Nilo: Salomone, adirato ma sempre lucido, capisce subito come questo sia potuto accadere, quasi consapevole che da quel momento assieme a Zion, avrebbe perso anche la benedizione divina.


Questo passaggio è fondamentale nel far considerare ai Rastafariani il Kebra Negast come loro libro sacro, poiché spiega il nesso tra il regno di Israele e quello di Etiopia, rappresentato da Menelik e dalla sua discendenza.


Per maggiori Info: http://it.wikipedia.org/wiki/Kebra_Nagast


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L'ARCA DELL'ALLEANZA


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MICHELE P.